Il 19 ottobre, il GMO Cybercrime Countermeasure Center, che fa capo a GMO Internet Group, ha annunciato che una serie di accessi non autorizzati ai danni di aziende giapponesi aveva fatto uso di «ARTEX», uno strumento di IA sviluppato in Cina.
Il centro ha inoltre riferito di aver scoperto altre sei infrastrutture d’attacco che utilizzavano l’IA e prendevano di mira aziende giapponesi. In una conferenza stampa del 20 ottobre, il segretario capo del Gabinetto Minoru Kihara ha dichiarato che il governo intende fare luce sull’identità degli autori degli attacchi, senza escludere un possibile coinvolgimento di soggetti stranieri.
Un’epoca in cui l’IA prepara il terreno per gli attacchi
ARTEX è uno strumento autonomo di penetration test basato sull’IA. Il penetration test consiste nel cercare le vulnerabilità di un sistema e verificare se sia possibile penetrarvi; in origine è una tecnica usata da chi si occupa della difesa per controllare la sicurezza dei propri sistemi.
ARTEX si collega a modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM) e automatizza la ricerca di vulnerabilità e i tentativi di intrusione. Inizialmente era stato pubblicato come software open source, ma dopo le notizie sul suo uso improprio per condurre attacchi, gli sviluppatori ne hanno interrotto la distribuzione.
Uno strumento di verifica può diventare, senza modifiche, uno strumento d’attacco: è come un coltello, che può servire per cucinare o diventare un’arma. Se c’è una differenza, è che l’IA può svolgere parte del lavoro al posto delle persone, consentendo a un singolo aggressore di prendere di mira un numero maggiore di obiettivi.
Le indagini rivelano la natura mirata degli attacchi
In una precedente indagine, il GMO Cybercrime Countermeasure Center aveva indicato, sulla base dell’analisi dei log forensi — i dati che registrano le tracce delle intrusioni — che era molto probabile l’uso dell’IA. L’esame delle infrastrutture da cui partivano gli attacchi ha permesso ora di confermare l’impiego di ARTEX, avvalorando questa ipotesi.
Una delle infrastrutture d’attacco esaminate aveva preso di mira circa 20 aziende giapponesi; nove di esse gestivano siti web appartenenti allo stesso settore. Per quanto è stato possibile osservare, gli obiettivi degli attacchi erano quasi esclusivamente aziende giapponesi. Le altre sei infrastrutture individuate avevano invece obiettivi principali distinti per settore: regali digitali e distribuzione al dettaglio; istruzione, regali e stampa; programmi fedeltà, regali e marketing; assicurazioni e finanza; commercio elettronico, media e logistica.
Otto delle aziende giapponesi identificate come obiettivi hanno reso pubbliche fughe di dati tra settembre e ottobre. Gli investigatori ritengono che lo stesso gruppo di attacco sia coinvolto in più episodi e hanno condiviso le informazioni raccolte con le autorità di polizia.
Fenomeni simili sono stati segnalati anche all’estero. L’azienda statunitense CrowdStrike ha riferito che ARTEX è stato utilizzato in attacchi contro istituti finanziari sudcoreani. A quanto riportato, sui server degli aggressori sono stati trovati il file di configurazione di ARTEX e la cronologia delle sessioni di «Claude Code», uno strumento di sviluppo basato sull’IA. Il GMO Cybercrime Countermeasure Center ipotizza che tecniche analoghe siano state impiegate anche negli attacchi contro aziende giapponesi.
Come interpretare le notizie sulle fughe di dati che si susseguono
In Giappone, le notizie sulla fuoriuscita di dati personali si susseguono quasi ogni giorno. Tra i casi segnalati di recente figurano una possibile fuga, causata da un accesso non autorizzato, dei dati di 730 persone legate alla promozione dei programmi di Fuji TV e la fuoriuscita di 4,45 milioni di dati personali dalla piattaforma Furusato Choice. Secondo quanto riportato dai media, in entrambi i casi la causa è stata un accesso non autorizzato.
C’è poi un altro aspetto da considerare: il numero dei dati coinvolti. Tra 730 e 4,45 milioni la differenza è enorme, ma la gravità del danno non dipende soltanto dalla quantità.
Il rischio di danni secondari, come furti d’identità o sollecitazioni fraudolente, varia a seconda del tipo di informazioni coinvolte, per esempio nomi, indirizzi ed e-mail. Tra le misure consigliate dai media in caso di fuga di dati personali c’è innanzitutto il cambio della password. Gli utenti possono partire dalle precauzioni di base, come smettere di riutilizzare la stessa password.
La questione è la rapidità nel «rendersi conto» dell’attacco, più ancora di ciò che accade dopo
Il governo ha dichiarato di raccogliere informazioni dai ministeri competenti e di svolgere colloqui diretti con le aziende colpite. Ha tuttavia precisato che, al momento, non è ancora possibile fornire informazioni certe sui dettagli dei casi. Le indagini sull’identità degli autori degli attacchi sono dunque ancora in corso.
Anche il mondo imprenditoriale e quello politico si stanno mobilitando. Il 20 ottobre il Partito Liberal Democratico ha elaborato una bozza di proposta per chiedere al governo di rafforzare le misure contro gli attacchi informatici rivolti alle aziende. Il documento prevede l’introduzione di una «rete di monitoraggio della supply chain (catena di approvvigionamento)» che utilizzi l’IA per individuare tempestivamente le anomalie, con l’obiettivo di proteggere dagli attacchi le piccole e medie imprese alle prese con la carenza di personale. La proposta dovrebbe essere approvata formalmente a breve e consegnata al governo, che ha dichiarato di voler esaminare nuove misure sulla base delle raccomandazioni.
Se gli aggressori automatizzano gli attacchi con l’IA, chi si occupa della difesa non può affidarsi soltanto al lavoro umano. La proposta di puntare sulla rilevazione precoce tramite IA può essere letta come un segnale di questa preoccupazione. Negli attacchi alla supply chain, in cui il danno si propaga attraverso i partner commerciali, è utile disporre di un sistema che rilevi le anomalie in più aziende nel loro insieme, anziché aspettare che se ne accorga una singola impresa.
Sta diventando sempre più difficile prevenire completamente gli attacchi. Per questo, la capacità di aziende e governo di ridurre il tempo necessario per rilevare un’intrusione e di intervenire tempestivamente una volta scoperta potrebbe segnare il futuro della protezione dei dati personali.


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