Con una decisione del 24 settembre 2026, il Tribunale regionale di Aquisgrana ha ordinato a Google di non diffondere ulteriormente i contenuti errati relativi a presunti reati che la funzione di ricerca AI «AI Mode» aveva mostrato a proposito di un medico della zona. Il tribunale considera le risposte generate dall’AI dichiarazioni di Google stesso, non semplici rimandi a siti di terzi. Si tratta di un provvedimento cautelare, che non è ancora definitivo.
Uno scandalo mai avvenuto, apparso dall’altra parte della casella di ricerca
Come ci si sentirebbe se una mattina un collega dicesse: «Si parla di te su Google»? La vicenda si svolge ad Aquisgrana, in Germania. Il protagonista è un medico, già primario di neuroradiologia e professore, che ha ricoperto quell’incarico dal 2010 fino alla fine di giugno 2026. Il 28 agosto, dopo la segnalazione di un collega, ha scoperto che l’AI di Google collegava le sue dimissioni a un’accusa di aggressione sessuale ai danni di una segretaria.
Eppure lui non aveva nulla a che fare con questa vicenda. L’AI aveva confuso i fatti con quelli riguardanti un altro ex professore universitario. Il tribunale ha verificato sui propri registri che anche l’imputato nel procedimento penale era un’altra persona.
Una storia inventata che si è gonfiata con le ricerche successive
Il problema più grave è che l’AI non si è fermata a un singolo errore. Aggiungendo termini come «sospensione», «licenziamento» e «processo» alla ricerca, AI Mode ha restituito una dopo l’altra risposte dettagliate, lunghe diversi paragrafi. Ha persino ricostruito in modo plausibile un iter giudiziario mai avvenuto.
Quando i risultati di ricerca mostrano una serie di link, i lettori possono aprire le fonti e verificarne l’attendibilità. La risposta dell’AI, invece, viene presentata come un testo organico e ben scritto. Anche se contiene errori, chi legge non è in grado di riconoscerli.
Settimane di inerzia nonostante la richiesta di rimozione
Verso la fine di agosto il medico ha spiegato nel dettaglio come fosse avvenuto lo scambio di persona e ha chiesto via e-mail la rimozione dei contenuti. A metà settembre, stando a quanto riferisce, Google ha risposto che non sarebbe intervenuta. La richiesta formale di natura legale inviata lo stesso giorno è stata ricevuta, ma secondo quanto accertato dal tribunale i contenuti errati erano ancora visibili.
Il Tribunale regionale di Aquisgrana ha vietato la diffusione di tre tipi di contenuti contestati. Ha ritenuto che le informazioni false potessero danneggiare gravemente la reputazione professionale del medico e ha disposto la misura urgente senza sentire la posizione di Google. In caso di violazione, è prevista una multa fino a 250.000 euro per ogni singola infrazione. Si tratta di decine di milioni di yen e, se le violazioni si ripetessero, l’importo non sarebbe trascurabile.
Un semplice rimando ai link o l’autore del contenuto?
L’aspetto più interessante della decisione è il ruolo attribuito a Google. Il tribunale ha affermato, in sostanza, che chi offre un servizio di ricerca AI è responsabile anche delle risposte generate nel corso del suo funzionamento. Ha inoltre richiamato la formulazione usata in una precedente decisione di Monaco: l’AI valuta e combina i contenuti di diversi siti di terzi, creando così contenuti sostanziali nuovi e autonomi.
I motori di ricerca tradizionali erano più simili a bibliotecari: indicavano in quale scaffale trovare un libro, ma della sua qualità rispondevano l’autore e l’editore. La ricerca AI, invece, funziona come un bibliotecario che legge i libri sugli scaffali e comincia a riassumerli e raccontarli con parole proprie. Se ciò che racconta è sbagliato, a essere chiamato a risponderne è il bibliotecario stesso. Vista così, la logica del tribunale è intuitivamente convincente.
Il tribunale ha anche indicato che cosa Google avrebbe potuto fare: per esempio, verificare i risultati dell’AI confrontandoli con i siti originali consultati. Ha aggiunto che, sottoponendo all’AI stessa le contestazioni del medico, sarebbe stato possibile individuare l’errore. Il ragionamento è che, se si attribuisce una responsabilità, devono esistere anche strumenti per prevenire il problema.
L’eredità della transazione di Monaco
La decisione di Aquisgrana non è arrivata all’improvviso. Alla fine di maggio 2026, il Tribunale regionale di Monaco I aveva riconosciuto la responsabilità diretta di Google in una vicenda in cui AI Overviews aveva erroneamente associato due editori locali a un sistema fraudolento. La sentenza aveva qualificato AI Overviews non come un normale risultato di ricerca, ma come una dichiarazione di Google stesso.
Google aveva annunciato pubblicamente l’intenzione di presentare appello, ma la vicenda si è conclusa con una transazione prima che intervenisse un giudice di grado superiore. Non si è quindi presentata l’occasione per un tribunale superiore di esaminare il ragionamento seguito a Monaco. Anche la decisione di Aquisgrana non è definitiva e Google può impugnarla. È presto per dire che in Germania si sia consolidato un criterio giuridico, ma resta il fatto che un altro tribunale ha seguito lo stesso ragionamento.
Ci saranno conseguenze anche per chi fornisce i contenuti usati nelle risposte?
Se le risposte dell’AI sono contenuti di Google stesso, le implicazioni non si limitano alla gestione delle informazioni false. In teoria, anche gli autori degli articoli online usati come materiale per le risposte potrebbero rivendicare diritti in modo autonomo. Nello scenario più estremo, ogni volta che l’AI fornisse una risposta potrebbe essere previsto un compenso per i creatori delle fonti. Questi aspetti non sono stati oggetto della causa in questione: si tratta di possibili sviluppi futuri.
Un altro aspetto preoccupante è il susseguirsi di accordi individuali. Finché la questione non arriva al massimo grado di giudizio, non si crea un precedente vincolante. Si segnala anche il rischio che studi legali specializzati o le parti coinvolte pongano ripetutamente domande mirate, inducendo l’IA a mettere insieme affermazioni false, per poi chiedere un provvedimento cautelare e avviare trattative per un accordo. Poiché è facile indirizzare la ricerca basata sull’IA, sembra necessario chiarire al più presto chi ne sia responsabile.
Più la ricerca si sposta dai link ai testi, più diventa pressante la domanda: «Chi sta parlando?». Per ora, la risposta dei tribunali tedeschi è: «A parlare è Google».


コメント